A VISO APERTO
di Marco Palamidessi
:: Aprile 2013

 In un'epoca ormai quasi interamente sacrificata sull'altare della tecnologia e della virtualità, il dipingere ed i suoi tempi fisici sono una follia per coraggiosi: per quei pochi, è il caso di dire, artisti veri. In un mondo che pare aver smarrito sempre più il senso del lavoro manuale, quello delle tele e dei pennelli ha il sapore di un ritorno alle origini, di una scelta controtendenza, come lo è del resto l'accettazione di antichi rituali. Il gesto del dipingere continua ad essere, oggi, fra le cose più nobili ed intellettualmente sofisticate che l'Arte conceda ancora di fare, a dispetto di quei falsi profeti che vorrebbero farci credere nel contrario. In verità, la pittura è un enorme privilegio che, come tale, fortunatamente non a tutti è concesso. Dario Ballantini è uno di quei coraggiosi che vivono, sotto l'egida omnicomprensiva dell'Arte, per la pittura e nella pitt ura, dimostrando altresì, sempre a coloro che a torto considerano quest'espressione come in fin di vita o morta da un pezzo, che essa è viva e gode di ottima salute.

 Livornese e per questo toscanissimo, Ballantini è un artista dotato di un talento straordinario, che nei dipinti riesce a proiettare, senza mai disperderne un bagliore, tutto il suo mondo più intimo e personale. La sua è un’identità pittorica inconfondibile, che getta le fondamenta del suo esistere attraverso un potente dinamismo esternato per mezzo della triade segno, gesto, colore, che rende il suo esplosivo espressionismo un'entità autonoma ed originale nel panorama artistico contemporaneo. Per lui la pittura è lo strumento perfetto, ideale per descrivere, in modo amaramente ironico e tagliente, lo smarrimento dell'essere umano, la confusione e l'angoscia, il senso di malinconia e di solitudine, la voglia di capire ed il bisogno d'illudersi. Ballantini mette l'uomo al centro del suo proscenio esistenziale, chiamato all'inevitabile quanto necessario confronto con la vita, sotto i riflettori di una realtà troppo spesso impietosa ed incerta. 

 Tutta l’arte di Dario si produce in una sintassi figurale adatta ad una satira graffiante come il segno della sua pittura: egli possiede un’indole dotata di molteplici risorse immaginative che, coerentemente con la propria toscanità, spaziano dall’ironia pungente ad una corrucciata critica della società moderna. Il contraddittorio sentimento del presente si traduce in uno sguardo sarcastico, sempre pronto a cogliere, anche nei generi drammatici, il paradosso, la follia, l’assurdo: in una parola, il lato tragicomico della vita. La poetica di Ballantini pone così, come fulcro della sua riflessione filosofica, l'essere umano in sè, nella sua totalità e sostanziale imperfezione. Esprimere l'uomo nel suo essere universo insondabile e sublime, che attrae e intimorisce, è l’inizio di un affascinante scandaglio interiore per far scaturire le immagini dal profondo io. Durante le o re notturne, nell'intimità del proprio studio, il pittore confida alle tele la propria visione della realtà, affrontando la pittura a viso aperto, senza bisogno d'infingimenti o di maschere: davanti alla tela bianca la sua anima è messa integralmente a nudo. Di notte, perchè chi dipinge di notte, forse, conosce più cose di chi dipinge solo di giorno.

 L'imitatore perde momentaneamente l'identità, camuffandosi, nascondendosi dietro altre facce, rubando l'anima ai personaggi famosi; il pittore, invece, l'identità la ritrova grazie alla pittura, che rappresenta l'unica vera via per tornare ogni volta ad essere se stesso. Il personaggio televisivo indossa mille maschere, mentre il pittore, inesorabilmente, ha una faccia sola, un volto più travagliato ma certamente più sincero: quello di Dario Ballantini.

 Cantore dissacrante di una realtà grottesca, partecipe delle debolezze e delle miserie, ma anche delle innegabili virtù del genere umano, in tutte le opere, per mezzo di una ricercata distorsione espressionistica, il pittore mette a fuoco il volto e la figura nella sua complessità. L'impianto figurale è come in preda ad un primordiale tumulto tellurico, atto a sconvolgere la geologia complessiva dell'immagine: ne scaturisce il soggetto principale, una creatura venuta dal colore e che al colore ritorna, l'uomo come Ballantini lo sente e non solo come lo vede. Le esasperazioni fisiognomiche, l'innaturalità di certe torsioni e la malinconia degli atteggiamenti svelano un'istintiva capacità di trasfigurare tutto ciò che è corporeo in metafore pittoriche della fragilità umana. Di fronte a questi dipinti - singoli scoppi o fuochi d'artificio di quella grande e spettacolare esplosione introspettiva che è la pittura di Ballantini - sbalordisce l'aggressiva intensità con cui le figure affiorano da quel caotico intrico segnico di linee cromatiche, in modo spiazzante e coinvolgente, nell'assoluta volontà di far percepire all'osservatore, anche solo per un attimo, l'abissale profondità dell'anima del loro creatore.

 È impossibile non percepire il flusso di energia che scorre nelle arterie di questi dipinti, agitati come da una scarica di un defibrillatore: un'energia vitale che non si estingue mai con la conclusione di un'opera, ma che si rigenera continuamente in se stessa e da se stessa, creando la carica fisica ed emotiva per affrontare le tele che verranno. Ballantini dipinge in modo da far fluire l'impulsività delle pennellate direttamente nella dirompente forza dei colori e degli accostamenti; durante la genesi artistica, talvolta il pittore sembra ricercare punti fermi anche laddove i tracciati colorali tendono a smarrire ogni definizione della struttura, provocando la nascita di sempre nuovi rapporti ritmici e formali. Nello scavo psicologico condotto in punta di pennello, questo assiduo esploratore di precipizi fa riemergere dal suo limbo interiore visioni sommerse, frammenti onirici trascinati da chissà quale irresistibile forza magnetica al centro della scena, fuggiti per un attimo dai bordi di quel nulla dove sono esiliati ormai da troppo tempo. D'improvviso, la visione confusa appare così tremendamente chiara, affinché l'uomo possa guardarsi e farsi guardare per quello che è, nella sua essenza più autentica e vera. Dietro quelle figure, scaturite da un febbricitante delirio gestuale, capita d'intravedere i fantasmi di Ballantini, quelli che si agitano dentro di sé, che lo tengono sveglio la notte e che, mai ghignanti o famelici, sono inseparabili compagni di vita. E perché no, quasi amici.

 Lo sguardo delle figure, enigmatiche ed inquiete, sembra cercare l'incrocio con il nostro voler vedere: l'osservatore indaga e viene a sua volta indagato da quegli occhi profondi, che raccontano l'imperfezione di cui è prigioniera l'umanità, la vita nella sua cruda verità, fatta di istanti ironici e di altri dove il dramma rasenta toni assurdi e lancinanti. L'uomo di Ballantini, malato del vivere, vittima dell'omologazione, è come un naufrago sbattuto tra le onde che, nel cuore della tempesta, scorge la riva nell'angosciante timore di non raggiungerla mai. Eppure, quel mal de vivre vissuto dai personaggi trova provvisoria soluzione nelle accensioni di un colore capace di aprire varchi di speranza e di salvifiche illusioni, portandoli a sfuggire ai propri incubi e a sopportare le afflizioni presenti e future.

  Come uomo e come artista, Dario Ballantini è coraggioso perché scendere, calarsi dentro se stesso per cercare delle risposte forse impossibili, è un'avventura certamente affrontata a suo rischio e pericolo, con una certa dose di consapevole incoscienza, ma sempre per amore di quel salto nel buio, di quell'imparare facendo, di quel fare filosofando che noi chiamiamo Pittura. In un mondo in cui indossare maschere è l'espediente a cui l'uomo ricorre per sopravvivere, dove il mettersi a nudo viene percepito più come una colpa che come un merito, Ballantini ci indica la strada della ribellione, per una necessaria inversione di tendenza. Egli ha saputo vedere nell'Arte l'ardimento più grande, quello che permette di fuggire per un attimo da quella carnevalesca farsa sociale che la vita, troppo spesso, obbliga tristemente a recitare.