Alla ricerca di un'identità (2010) - Alla ricerca dell'anima (2009) - La verità attraverso l'apparenza (2009) - Quando l'arte diventa lo specchio del nostro tempo (2005) - I travagli della contemporaneità (2003)
di Luciano Caprile
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Alla ricerca di un'identità 2010

Esitono artisti che usano ampiamente la performance come espressione della loro arte. Per Dario Ballantini la performance e' invece soprattutto un'espressione di vita dove la realta' e la sua mistificazione s'incontrano e si confondono come succede oggi nel quotidiano allorche' il confine tra cio' che si percepisce e la sostanza che lo emana e' tanto esiguo da rendere talora ininfluente ogni praticabile distinguo. Dario percorre una simile strada seducente e tradisce (se non ci si attrezza in modo adeguato) con la perizia di un consumato frequentatore di precipizi.
Senza mai eccedere nelle confidenze e senza mai cadere nell'ovvio. Tutto questo succede a lui sulla scena e sulla tela dal momento che mette in funzione nelle due circostane la medesima attenzione creativa. Paradossalmente Dario non si contraddice mai sia nella finzione (quando si appropria delle fattezze, dei gesti e dei pensieri di personaggi da interpretare) sia nella realta' allorche' estrae dal proprio intimo i travagliati comportamenti dell'uomo d'oggi e li sbatte, questa volta, sul proscenio della contemplazione, della scarnificazione, del crepuscolare specchio dell'angoscia, quando egli, l'interprete di tanti personaggi della vita pubblica, si trova a dover fare i conti inderogabili con se stesso.
I suoi sono notturni percorsi pittorici proprio perche', nell'ora del silenzio che avvolge improvvisamente la citta', il tempo sembra fermarsi per un attimo per concedere al tragitto informale del pennello di dissolvere i fantasmi di un volto, di uno sgurdo, di un presentimento che attraversa perentoriamente la scena in un estremo tentativo di sottolineatura e di cancellazione, di apparizione e di dissolvenza. Tale rito non e' sufficiente a eliminare il disagio esistenziale ma lo esorcizza almeno durante un processo creativo fatto di eruzioni emozionali, di libere colate di colore attentamente sorvegliate nei loro transiti e di puntuali annotazioni che sanno di promemoria e di stigmate, una lettura da trasferire a chi osservera' tali opere e si riconoscera' nell'omologo scavo cognitivo.
Proprio per tale motivo le due vite sono da considerarsi inscindibili e vanno esibite non come situazioni parallele ma come sguardi complementari dello stesso problema. Non a caso Ballantini accoglie i visitatori dell'attuale esposizione con una serie di totem che offrono a grandezza naturale, le immagini fotografiche dei protagonisti della vita politica e della societa' in genere portati sulla scena dipinte a meta' secondo il suo incisivo, incalzante, rapido procedimento espressivo. Nella circostanza ci riferiamo a Vasco, a La Brambilla, a Montezemolo, a Maroni, a Valentino. Egli riesce a trasferire "logicamente" il suo impegno dell'uno all'altro lato del medesimo problema perche' nel primo caso non e' il suo io a mettersi in gioco, ma l'io rubato ai personaggi insieme all'anima, mentre nel secondo caso e' egli stesso, fattosi drammaticamente personaggio a entrare in gioco con l'irruenza dichiarativa e il trattenuto pudore che si richiede alle confessioni inattese anche per l'autore stesso. Infatti per ottenere simili risultati pittorici e narrativi egli ha bisogno di toccare il confine della stanchezza mentale e fisica; giunto a questo punto puo' lasciare al gesto il compito di sedurre l'inconscio per poterne ricavare i succhi piu' aspri e piu' veri, capaci di accendere equivalenti emozioni percettive in chi osservera' simili opere. In tal modo il gesto automatico o il dripping, sorvegliato della perizia compositiva, riesce non solo ad attingere verita' altrimenti inespresse o appena sfiorate nella loro sostanza ma va a cogliere la radice di un disagio esistenziale che accomuna la gente.
Sotto tale aspetto i totem costruiscono e sciolgono un racconto circolare di impressioni, di emozioni, di atteggiamenti accennati e subito dissolti che profumano di provvisorieta'. Paiono interrogazioni rivolte all'ignoto o al momento fuggitivo che non si riesce a recepire. E pertanto si traduce in una interminabile attesa di cio' che non si vuole comprendere. Grandi dipinti come "Per Noi", "Identita' artefatte", "Non c'e' risposta", "Quasi impossibile", "Da questa parte", "Scegli la parte" (alcuni eseguiti nel corso di articolate performance al cospetto del pubblico) ci immergono in tale realta' sommersa. I ricorrenti volti che emergono dal magma informale come labili ritagli di una immagine in via di subitanea sparizione sono un implacabile specchio per noi che contempliamo il quadro che a sua volta ci guarda e ci giudica. Comportandosi cosi' Dario Ballantini divide finalmente il tempo della finzione, cosi' ampiamente frequentata per il suo potere narcotizzante, dal tempo di quella verita' da rifuggire o da procrastinare all'infinito. In siffatto atteggiamento mentale e pittorico egli ripercorrre le emozioni e i travagli degli artisti identificati dal "gruppo Cobra" (la brutale irruenza di Karel Appel pare averlo sedotto in particolare); sono emozioni e travagli recuperati dai neo-espressionisti tedeschi.
Ballantini non segue pedissequamente quel tragitto ma lo accoglie come suggerimento per poter indagare, munito degli adeguati attrezzi culturali, una realta' attuale prodiga dei medesimi e ricorrenti problemi aggravati dalla dicotomia sempre piu' ampia tra l'apparire e l'essere, tra la sempre maggior importanza che viene distribuita al vestito rispetto al contenuto. Ecco allora come i suoi travestimenti non siano poi tanto dissimili dai nostri demandati alla quotidianita' o da quelli applicati col desiderio o con il pensiero ai molteplici protagonisti piu' o meno efficaci (comunque efficacemtente sponsorizati) della scena concessa dai media. Noi siamo quelli che potremmo essere e che vorremmo essere (secondo gli slogan elargiti dalla pubblicita' e dalle facili promesse di successo), salvo svegliarci improvvisamente nell'incubo, che ci siamo costruiti e che non riusciamo piu' a tenere a bada. L'arte di Ballantini, nella sua piu' ampia espressione, sembra dunque proporsi come un efficace, coinvolgente e talora anche spiazzante specchio di cio' che siamo: la sua e la nostra recita inizia negli allusivi comportamenti mimetici e si conclude nella stanza notturna delle inequivocabili confessioni, nella espoliazione di ogni orpello consolatorio. si rinasce cosi' ogni giorno e si muore ogni sera tra illusioni, allusioni e scarnificazioni esptreme. La recita si conclude sempre con la denuncia della verita' magari difficile da accettare e da gestire ma necessaria alla consapevolezza del nostro ruolo esistenziale. "Cosi' e' anche se non vi pare", sembra ripeterci in continuazione Dario Ballantini, parafrasando Pirandello, dall'alto delle sue interpretazioni che rimbalzano dalla tela sul palcoscenico dell'attualita'.

Alla ricerca dell'anima 2009

Il senso della vita e il senso del tempo racchiusi in un gesto che coglie l'individuo nell'atto di specchiarsi in se stesso, nella parte piu' segreta della propria anima, la' dove la verita' emerge in maniera piu' netta e piu' difficile da addomesticare con i paludamenti dell'apparenza.
Da sempre Dario Ballantini insegue col pennello questa parte di se' ( e per riflesso di noi tutti ) meno prevedibile e drammaticamente o sfacciatamente piu' autentica, ricca di contraddizioni e di misteri.
Non e' un caso che egli dipinga di notte i suoi travagli colloquiali e le sue battaglie timbriche al riparo da ogni distrazione esterna quando tutti gli altri dormono nell'illusione di aver consegnato al sonno ogni problema da destinare magari al giorno dopo, da confezionare in un'altra luce o da contrabbandare come improbabile soluzione. Ballantini non si presta a simili mezzucci consolatori: affronta il suo inconscio e lo strizza per noi come riuscivano a fare Munch o Nolde e quindi tutti gli espressionisti scesi idealmente da quegli angusti lombi.
I suoi personaggi (di solito una singola figura o il suo doppio ) ci scrutano e ci interrogano con una imbarazzante impassibilita' in acceso contrasto col furore caotico che li accompagna e ne sottolinea l'intimo turbamento. In effetti il loro specchio siamo noi che li guardiamo, o ancora meglio, loro sono lo specchio della nostra piu' profonda instabilita' esistenziale. I dubbi attraversano la scena sulla scia delle pennellate veementi che non prevedono pentimenti o soste di compiaciuta contemplazione ma annunciano successivi assalti di colore alla stregua di flash da inserire come appunti emotivi, come ulteriori strazi mnemonici, come punizioni da aggiungere al calendario dei giorni perduti.
In questi ultimi tempi la pennellata si e' fatta piu' sciolta quasi volesse catturare l'immediatezza del pensiero per tradurlo sulla tela o sulla carta con la freschezza dell'intuizione. Succede quando la mano soccorre o promuove addirittura l'idea che in tal modo si concretizza nell' immagine prima ancora di aver compiuto il suo logico percorso costruttivo. La notte favorisce un simile approccio che deve tenere nel giusto conto la stanchezza ovvero quello sfinimento che conduce l'artista al limite del crollo fisico, sull'orlo del baratro percettivo dove e' soltanto il gesto a dettare le regole del comportamento. Nella nuova situazione le figure godono di una accesa instabilita' narrativa che sembra rimandare sempre all'immagine seguente perche', la corsa viva e incalzante dei colori non concede tregue e si scioglie nell'attimo dell'approccio contemplativo per riproporsi ineluttabilmente nella successiva stazione. Il racconto non conduce mai a una risposta e a un approdo conclusivo perche', seppur regolato sui ritmi giornalieri, tali ritmi vengono dilatati a quell'infinito promesso ogni volta dal domani. È quello che alcuni chiamano speranza, altri utopia. Ma si tratta piu' semplicemente di un desiderio assolutorio della vita che Ballantini ora affronta con la rabbia degli aderenti al Gruppo Cobra ( rivolgendo un particolare pensiero ad Appel e a Jorn ) e con la consapevolezza di compiere un rito di espiazione nei confronti principalmente di se stesso e quindi di tutti noi.
Possiamo far partire il nostro viaggio da Volo fermo, un grande quadro monocromo dallo slancio orizzontale eseguito nel 2008. La figura umana si stende immobile, bloccata nel suo slancio aereo, su un articolato caos che la circonda e in qualche modo la sostiene. Lo sguardo del protagonista e' proiettato verso un oltre che sa di eterna attesa. Il seguito della nostra vicenda e di quella narrata da Dario Ballantini e' un turbinio di colori e di emozioni che attraversano, invadono e determinano il clima di un'immagine tracciata a segni netti, duri, definitivi, capaci di accogliere ogni successiva invasione e mutazione di timbri, di slanci, di colature, di cancellazioni, di proposizioni oniriche, di accenni di riflessione, di improvvisi sommovimenti umorali. Il titolo dell'opera diventa a questo punto l'intrigante traccia di lettura di un simile universo scarnificato ed esibito: e' lo stesso autore a confessarlo. Con cio' egli non intende precludere la libera interpretazione di chiunque desideri avvalersi del suo sguardo per il proprio sguardo interiore; con cio' egli vuole semplicemente indicare una traccia da cui ognuno puo' partire per costruire una personale vicenda di identificazione.
Veniamo dunque ai suoi volti che dichiarano il disagio in cui sono immersi. Dalle profonde tracce di nero un viso, disegnato e cancellato dalla negazione di fuoco su cui galleggia il profilo, esclama: Non mi importa. Anche la bocca socchiusa pare sul punto di eruttare il rosso del rifiuto. Se ti guardo sembra ribadire in una successiva emozione lo stesso personaggio attento e partecipe seppur travolto dal percorso costellato di grovigli e di rinnovabili fermenti che ne marchiano la presenza. Se leggiamo i due titoli di seguito esce un Non mi importa se ti guardo che fornisce un ulteriore significato alla sequenza dei dipinti disponibili secondo una storia da alimentare alla stregua di un puzzle che nasconda il seme prezioso di una verita' continuamente rinnovabile. Seguendo la regola degli accoppiamenti incontriamo Attenzione e Ci sono dentro a rinnovare i momenti della preoccupazione, della perplessita', della perenne attesa.
Queste sono tutte figure singole avvolte da un magma gestuale che le trafigge e le travolge lasciando apparentemente intatta la linea che le evidenzia e nel contempo le assorbe.
In qualche caso il paesaggio sembra abitare compiutamente la scena e allora il protagonista e' una figura che si sovrappone in trasparenza alle case in fuga o sulla via della sparizione. Succede a Confermo, un ampio affresco che conserva ancora un certo sapore sironiano. In Ancora giu' le tracce nere delle finestre di case abbandonate si consumano nel fuoco della dissolvenza alle spalle di un candido e imperscrutabile individuo che ci esamina e ci giudica. Altrimenti e' il nostro protagonista a sciogliersi nel tumulto ossessivo e selvaggio dei grumi che cercano la sostanza ben oltre il filo leggibile dell'apparenza. Tutto cio' avviene con Immerso che invita al progressivo smarrimento di se' e avviene con Basta cosi', una bianca icona galleggiante su uno strazio di forme; avviene ancora con Piangi, una ulteriore memoria alla deriva. In effetti le sue opere non amano mai soffermarsi su un disegno di sicuro riferimento (fosse pure il contorno del principale interprete ) ma preferiscono il divenire continuo e periglioso delle macchie, delle sospensioni, dei precipizi concettuali.
Un'ulteriore sequenza di lavori interessa un doppio volto. In Come noi sembra di essere al cospetto di una maschera che si solleva lasciando intravedere l'alterego sottostante; Non ancora offre invece il senso del distacco del fantasma dal corpo o dell'ideale ombra che ci accompagna e sorveglia i nostri passi; Piu' lontano piu' vicino esibisce due ectoplasmi che emergono da un impasto informale e dal tormento che l'ha generato. Addirittura Parlo io promuove un terzo personaggio pronto a intromettersi in un tentativo di colloquio avviato nella selva intricata, scavata, alimentata e corrosa dai segni e dai sogni.
Dario Ballantini e' sempre li' a misurarsi con la notte e a misurarci. Noi siamo ineluttabilmente con lui come prolungamenti e come naturali destinatari del suo comportamento.
Il futuro pittorico dell' artista e' facilmente tracciato: risiede nella condanna di un fare sempre piu' accelerato alla conquista di ulteriori tasselli da aggiungere alla storia minima delle emozioni e delle occasioni con l'intento di pervenire se non alla verita' almeno alla giustificazione dell'anima.
Forse col tempo il suo/nostro volto si dissolvera' ulteriormente nella corsa frenetica del pennello che cerca di esplorare nuove soluzioni alla caccia di un tono, di un chiarore a cui appigliarsi per fornire una qualche giustificazione al desiderio di speranza. Lampi di azzurro e squarci di bianco alimentano simili auspici.

La verità attraverso l'apparenza 2009

Una performance continua come esercizio d’arte e di esistenza, per trattenere il succo della verita' e per dispensarla quindi al mondo attraverso gli innumerevoli rivoli concessi dall’estro.
Dario Ballantini si propone al pubblico come non ha mai fatto in precedenza moltiplicando all’infinito i suoi personaggi, rappresentando comunque sempre se stesso che e' ben altro da tutto cio' che viene concesso dall’apparenza. Anche se l’apparenza e' lo specchio del vero nell’attuale societa' abituata a tener conto soprattutto delle sovrastrutture e dei trucchi del mestiere di vivere il quotidiano.
Il Dario Ballantini artista completo usa il suo primo mezzo espressivo, la pittura, per raccontarsi e per raccontarci, per svelare a se stesso e a tutti noi la parte piu' nascosta della verita' che egli riesce a estorcere al proprio inconscio durante le frenetiche incursioni notturne del pennello allorche' il buio che avvolge le cose e penetra nelle viscere della citta', nonostante le illusorie illuminazioni della sua superficie, offre spazi al silenzio interiore piu' grande dello strepito dei nottambuli.
Il Dario Ballantini artista completo non si limita dunque a consegnarci l’ennesima sua trasformazione nei personaggi a cui ha rubato i gesti e l’anima, ma celebra con noi il rito dell’evidenza attraverso l’aggressiva presenza dei protagonisti delle sue tele e attraverso il sorriso liberatorio della recita. Due modi diversi di essere Ballantini? Niente affatto: egli si comporta con il suo pubblico come con se stesso elargendo una carezza e un pugno, come titolava una celeberrima canzone di qualche decennio fa.
Si puo' dunque essere nel contempo l’assiduo indagatore delle piu' segrete emozioni e dei gelosi sentimenti da riversare con impietosa perseveranza in opere di straziante potenza narrativa e nello stesso tempo vestire i panni degli altri per rileggerne l’anima?
Con lui si puo' e si deve perche' un simile esercizio catartico mette in lampante risalto le contraddizioni del nostro tempo cosi' prodigo di comportamenti esteriori che tendono a soffocare o a collocare in ambiti piu' segreti le domande a cui non si e' in grado di rispondere. Salvo trovarsi a fare i conti con l’angosciante solitudine della notte e a doversi confrontare alla fine con lo specchio indagatore della verita'.
Il Dario Ballantini uno e bino o trino o moltiplicato all’infinito lo si ritrova efficacemente sintetizzato nei grandi pannelli che scandiscono la mostra e che vedono una sua gigantografia divisa verticalmente in due da un intervento pittorico che svela ( o nasconde ulteriormente ) l’altra meta' di se' e che richiama anche l’ultimo e piu' appassionato approccio compositivo.
Queste immagini rappresentano il compendio di Dario Ballantini: egli indaga il corpo e lo spirito dei suoi personaggi come se si trattasse del proprio corpo e del proprio spirito. Pertanto egli e' “veramente” il celebre creatore di moda Valentino costretto ad arrendersi di fronte a una cannibalesca intrusione e interpretazione pittorica di una vita da tradursi in un atteggiamento. E se carpire i segreti di una donna e' impresa estremamente ardua per un uomo, a lui la cosa riesce con la perspicacia tipica dell’universo femminile. In tal modo si appropria con stupefacente naturalezza dei modi e delle intenzioni del ministro Vittoria Brambilla. D’altronde i ministri della Repubblica sono il pane quotidiano per gli acuminati incisivi del nostro autore; Roberto Maroni non sfugge all’indagine inquisitoria. Nella circostanza la mimesi supera di gran lunga il gioco dell’apparenza andando a scavare il terreno del conscio e dell’inconscio, complice la corsa rapida dell’inchiostro. E che cosa dire di un Luca Cordero di Montezemolo sempre piu' dinoccolato e dandy nella spietata introspezione di Dario che non si accontenta di ricalcarne i ricorrenti gesti ma cerca di ricucire con oculata disinvoltura il percorso dei suoi ragionamenti? Poi viene il turno di Vasco Rossi. Vasco e' Vasco e Dario e' Dario. Eppure i due entrano in perfetta simbiosi nelle specchiate meta' di questa immagine capace di fornire l’intercambiabile verita' di due esistenze. Un furto di colori, di voci e di gesti si traduce nel dono di un’imitazione che ricalca o addirittura supera la realta'.
In tali occasioni emerge dunque un rinnovato impulso creativo dovuto a una liberta' gestuale per lui fino a oggi sconosciuta che ritroviamo nei dipinti in rassegna. La mano che interviene con veemenza sulla carta o sulla tela pare anticipare il pensiero nell’interpretazione psicologica dei suoi personaggi ( non solo di quelli sottoposti televisivamente alle sue caustiche incursioni ) la cui presenza emerge dal magma di un racconto in perpetuo divenire emozionale, ricco di sollecitazioni psicologiche. Cosi' si spalanca davanti ai nostri occhi un nuovo, esplosivo mondo interiore che ci coinvolge e ci contamina al pari dell’aggressivo flusso colorico che sembra talora debordare dal quadro e invaderci compiutamente.
È un esercizio inutile e illusorio girare tanto intorno al problema: noi siamo quello che siamo, pronti a recitare il ruolo che ci conviene nella vita quotidiana, per spirito di sopravvivenza o per fuggire da noi stessi, e lui lo sa tanto bene da organizzare questo happening rivelatore di tutte le incongruenze e di tutte le verita' che accompagnano i nostri passi. Ballantini e' tutti noi nelle piccole o grandi trasformazioni. Egli ogni volta ci distrugge e ci ricrea non solo col pennello ma anche proponendoci le interpretazioni di quei protagonisti che amiamo o che detestiamo sul piccolo schermo. Noi vorremmo infondo essere loro o essere lui che e' loro in quel momento magari senza percepire che, grazie a lui, noi lo siamo veramente. Ecco un altro mistero o un’altra stupefacente rivelazione del suo manifestarsi artista e attore, quindi interprete lucido, incisivo e spietato del nostro tempo.
E per ribadire un simile ruolo esibisce, coram populo, nel corso dell’attuale manifestazione, i vari momenti del trucco e quindi della personale rinascita sotto un’altra pelle, un altro spirito e un altro nome. Questo succede il giovedi'; ogni domenica pomeriggio viene invece consegnata all’impegno pittorico ovvero a una performance gestuale e timbrica di intensa passione creativa e dall’indubbio potere catartico a scandire un percorso ricco di seduzioni visive e di sorprese.
L’evento espositivo e' anche sistematicamente corredato e animato dalla partecipazione dei cantanti, degli attori e degli amici che hanno condiviso e continuano a condividere con lui l’avventura dello spettacolo e dell’arte. Con una importante, decisiva sottolineatura: per come li affronta e li considera Dario Ballantini, lo spettacolo e l’arte sono sinonimo di vita, della sua e della nostra vita. Come abbiamo affermato all’inizio della disamina e come e' giusto ribadire, a scanso di equivoci, in fase di congedo.

Quando l'arte diventa lo specchio del nostro tempo 2005

Il nostro e' un mondo onnivoro che ci consuma e perpetua i travagli della quotidianita' attraverso un continuo flusso di sollecitazioni e di esigenze. Noi siamo fatti di cio' che vediamo e che assimiliamo con critica ossessione, con indifferente necessita', quasi come un rito dovuto alla vita o alla sua finzione. Le opere di Dario Ballantini ci appaiono come lo specchio fedele di una tale situazione. Si propongono ai nostri occhi quale lucida allegoria di un comportamento che ci compete e ci identifica in maniera anche crudele e impietosa, dove l’ironia e l’autoironia temperano solo in parte un diffuso, palpabile malessere esistenziale. L’uomo e' schiacciato, spezzato, travolto dalle cose che si fanno pensieri, ossessioni, impulsi. E sono l’alimento, il veleno necessario per riavviare ogni giorno il desiderio di ricominciare, di rimettersi in pista, di correre verso l’immediato futuro dei minuti e delle ore che incombono.
Per documentare opportunamente tutto questo occorre una pittura efficacemente caotica e incisivamente descrittiva. Ballantini spreme il suo estro, allenato fin dai lontani anni dell’apprendistato livornese e triturato nelle frenetiche notti di lavoro sulle tele, chiamando a raccolta i fantasmi indispensabili delle avanguardie ( il cubofuturismo, la metafisica, il surrealismo e l’espressionismo selvaggio innanzitutto ). E, sulle tavole o sui cartoni aggrediti dagli acrilici e dai pastelli, egli rinnova il tempo delle ossessioni e delle desolazioni citando le periferiche, plumbee fabbriche sironiane da contrapporre all’ arroganza di un volto allucinato, acceso dalla volgare sottolineatura di un sorriso o di un ghigno in maschera. Oppure smembrando un corpo nell’agglomerato di case che invade il proscenio come sotto la spinta di una catastrofe geologica, di un sommovimento tellurico che trasforma gli oggetti e i pensieri seguendo una deriva metamorfica di immagini e di concetti in perpetuo divenire. Scaturiscono pertanto dal pennello del nostro autore forme ansiogene di forte pregnanza emozionale e di altrettanta evidenza narrativa. E’ la figura umana, preferibilmente il volto, a frantumarsi e a confondersi con citazioni della citta' o con elementi del quotidiano: il pensiero si materializza e si inserisce nei tratti somatici sostituendone la naturale funzione e alimentando il percorso dell’incubo.
Si diceva dei visi conquistati dalla contaminazione delle cose e dal processo metamorfico: nella Fine del mito spiccano in primo piano la seduzione di una bocca femminile e un orecchio come memoria di un ritratto sostituito da un agglomerato urbano e dall’imbocco di una galleria che si innesta all’altezza di un naso smarrito; il busto di Ancora vivo sembra invece emergere, con la terribilita' notturna e felina degli occhi citrini, da un accumulo di anonimi palazzi; in Ultime parole compare invece uno sguardo letteralmente attraversato dalla concreta tristezza del mondo che lo circonda, che sale dall’anima e diviene la caratteristica indelebile di una fisionomia.
Il gesto di Ballantini e' violento e deciso nel disegno che non conosce perplessita' o pentimenti. Quindi interviene, su questa iniziale traccia, il ritmo notturno dei toni che inseguono talora accensioni di gialli elettrici o di bianchi lattiginosi o di bruni mattonati: lontani, se non addirittura opposti, dagli squilli solari del giorno o dalla variegata e incantevole armonia delle campagne. No, la citta' plumbea degli immensi dormitori e dei gasometri offre solo i falsi riflessi della vita e l’illusoria fuga del pensiero nella messa in scena di un mondo artificiale. Lo possiamo constatare in Doppia identita', ovvero nel ribaltamento di un’idea che si fa immagine in un disperato tentativo di fuga da quella parte di noi che ci accorgiamo, improvvisamente, di non possedere piu' perche' stravolta, tradita, vanificata dalla vacuita' del quotidiano.
Dario Ballantini si avvale dunque dell’allegoria per esprimere tutto quel disagio esistenziale che ci opprime magari al di la' di una patinata, subdola, rassicurante apparenza. Il suo mondo in subbuglio mima l’intimo subbuglio che ci sconvolge, il caos narrativo ( pittoricamente esaltato dall’invenzione compositiva e dagli accostamenti cromatici ) e' la sintesi di uno smarrimento che ci assale e ci permea nella perenne rincorsa dei miraggi, degli slogan, dei proclami televisivi. E il nostro autore s’interroga con un occhio sonnacchioso, aggredito dai fumi: Solo caos?. E poi Via da qui dichiara a proposito di un dipinto che narra di una macchia umana in fuga da un paesaggio sghembo dal vago sapore dechirichiano. E non e' tutto: egli insiste con Pericolo e Non gioco nel mettere in atto una resistenza nei confronti delle abnormi sollecitazioni dell’ambiente esterno che avvolgono e trafiggono la psiche e conducono il corpo verso un processo di trasformazione di tipo kafkiano. O per lo meno viene attivato lo strazio di uno sdoppiamento, di una perenne incertezza comportamentale. Emblematico, sotto tale profilo, e' il dipinto Paura ritrovata che raffigura il desiderio di un distacco da se stessi, dalla citta' inscatolata, compressa, implosa, assalita da inattesi falsi silenzi che improvvisamente, la notte, prendono il posto degli altrettanto alienanti frastuoni diurni ( e leggiamo pertanto lo stupore nello sguardo della protagonista di Nessun rumore ). Paura ritrovata fa da contraltare psicologico, se non proprio dichiaratamente pittorico, ad Avanti indietro e a Dare avere. In queste due ultime prove l’apparente, statica, avvolgente ed emotivamente equilibrata presenza femminile convive con le intrusioni delle cose e delle case, coi loro slittamenti nella sostanza della figura per conquistare un margine illusorio di movimento magari solo mentale.
Che cosa fare allora? Si puo' lanciare un S.O.S nel tentativo di fermare col palmo della mano l’invadenza dei fumi, dei miasmi, dei crolli di una civilta' tecnologica che sta smarrendo la propria identita' culturale. Infatti i dipinti intitolati Tekno 4 e Tekno 5 rappresentano l’allucinata e progressiva conquista della “macchina” nei confronti dell’uomo, tanto da sostituirlo nei comportamenti: una citazione fantascientifica assimilabile agli scenari di un futuro non troppo lontano. Tolti gli illusori paludamenti del quotidiano, puo' venire improvvisamente alla luce La verita', nuda, imbarazzante e imbarazzata come la protagonista dell’omonimo quadro.
Dario Ballantini indaga dunque con chirurgica determinazione e con impietosa costanza questo nostro tempo che macina persone e cose nell’illusoria rincorsa di un traguardo apparentemente vicino, a portata di mano, ma, come un miraggio, raggiungibile solo negli spot pubblicitari. Tale situazione crea nella gente quei crolli psicologici che Ballantini evidenzia drammaticamente nei dipinti attingendo, come si e' accennato all’inizio, ai modi espressivi delle avanguardie del Novecento. La movimentata frantumazione delle figure umane e degli oggetti si riallaccia alla tradizione futurista alimentata dal cubismo; certi scorci sironiani e dechirichiani rimandano invece a un clima metafisico di disagio; il passaggio al surrealismo e' decretato di contro dall’amalgama di certe composizioni dove i pensieri, gli incubi e le sollecitazioni oniriche incontrano, materializzandosi, elementi della realta' concreta. Infine occorre tener nel giusto conto la cifra “selvaggia”, neoespressionista, che scaturisce dalla violenza della pennellata e dall’invadenza oppressiva di certe immagini, o di certe frazioni di immagine, catapultate, quale sfida visiva, verso l’osservatore. Ballantini e' tutto questo perche' noi siamo fatti di tutto questo. Pertanto la sua arte si propone come una lettura implacabile e fedele dei giorni che ci travolgono e ci attraversano come gli elementi narrativi delle sue opere. Non c’e' scampo al suo giudizio: possiamo stare Senza guardare, come si illude e ci illude il fantasmatico protagonista della tela; possiamo collezionare Reperti, come ci suggerisce un anonimo, incombente attraversatore di palazzi e di fabbriche; possiamo trattenere il Respiro, come propone al proscenio una donna oppressa alle spalle da un cumulo di oggetti. Ma alla fine dobbiamo fare i conti con una vita in continua fuga da se stessa perche', se ci soffermiamo per un attimo a ragionare, ci ritroviamo proprio nelle condizioni psicofisiche degli interpreti dei quadri di Ballantini: annichiliti, triturati, allucinati, naufraghi, in balia della notte dei pensieri, in prossimita' del baratro.
Occorre dunque trovare un Exit, ovvero una via d’uscita, in compagnia della dama bianca spremuta dalle insegne luminose. Purtroppo il nostro artista conosce e interpreta da par suo i disagi ma non offre soluzioni, quelle soluzioni che ciascuno deve trovare innanzitutto dentro di se'. In caso contrario non resta che guardarsi allo specchio e dirsi mestamente Addio, come fa la luciferina interprete gia' inghiottita dalla matrice urbana e ormai decisamente condannata alla sparizione.

I travagli della contemporaneità 2003

A partire dai primi decenni del Novecento l'arte si e' misurata con la Storia che le scorreva accanto anticipandone gli umori, sovente interpretandone i suggerimenti piu' reconditi o le manifestazioni piu' eclatanti. Ci riferiamo anche a quella storia (da scriversi con la "s" minuscola) che riguarda il piccolo/immenso universo di ogni persona. Vanno cosi' intesi il futurismo, che inneggiava alla velocita' e al movimento simultaneo delle forme, o il cubismo che recuperava lo slittamento pluridimensionale dei piani specchiandosi nella scultura tribale: una rincorsa avviata dalla notte dei tempi per compiere il balzo nel domani. Le inquietudini piu' intime giungevano invece dalla metafisica per sfociare in ambito surrealista nelle suggestioni oniriche sollecitate dagli scritti di Freud. Chi volesse, forse un po' semplicisticamente, mediare i due versanti si troverebbe probabilmente a dover fare i conti con quell'espressionismo emblema di tutti i travagli di natura palpabile e spirituale che si associano alle piccole e alle immense catastrofi. E via elencando per intraprendere quella via del disagio esistenziale che si e' trascinato fino ai nostri giorni e che oggi chiama fortemente in causa gli individui sempre piu' sollecitati da una frenesia comportamentale, tecnologica e consumistica che rischia di "consumare" le giornate in una effimera corsa verso l'inafferrabile, in un perpetuo dilemma o scambio tra realta' reale e virtuale, tra concretezza e apparenza. Dario Ballantini insegue e trasmette tali emozioni e tali sofferenze coltivate nel corso degli anni gia' dalle iniziali prove in ambito paraespressionista, datate 1985 (ci riferiamo in particolare all'efficace ritratto di Pier Paolo Pasolini), fino ai lavori d'impronta selvaggio-cubista che si affacciano al 2002, ovvero prima dell'ultimo, felice exploit pittorico inteso a rivisitare il suo e il nostro tempo con una rilettura trasversale che ci avvolge, ci travolge e ci comprende al pari di un cataclisma visivo, di un fiume in piena, di un tracollo improvviso e ineluttabile. La sua e' la puntuale e devastante allegoria di un'epoca che si nutre di violente contraddizioni, dove le luci di una transitoria ribalta occultano trappole e precipizi, insicurezze e frantumazioni accelerate e mitigate sovente dalla seducente illusione dei toni, dalla costruzione fuggitiva delle immagini che si smarriscono in se stesse, in una continua contaminazione di forme e di oggetti pronti a insediarsi nei reciproci ambiti e tessuti. Egli raccoglie, assembla e ricolloca i personali lacerti cercando di dipanare un racconto che attraversa un'epoca e che sfrutta la memoria (quella memoria che ci deriva dal codice genetico) per incollare citazioni, per lasciare una traccia di se' lungo un percorso teso all'autodistruzione e all'autoconsumo. Se da una parte il suo "citazionismo" insegue l'immediatezza dichiarativa del fumetto o del graffito di strada (la cui efficacia e' notoriamente legata al ruolo dell'immagine), dall'altra rivela l'intenzione di inserire degli elementi fermi e riconoscibili della storia dell'arte (e di riflesso della Storia) che ci compete. Come si diceva, l'aggancio per affinita' emotiva e gestuale non si preoccupa di recuperare magari il Sironi delle "periferie" o il suo piu' recente epigono d'ambito anacronista, il tedesco Mehrkens, come non trascura sguardi interessati a Chia e al suo nostalgico rammarico di un tempo perduto e forse esistito soltanto nell'Arcadia dei poeti. Anche la rabbia e la disperazione di Cobra si fa largo tra le macerie delle cose e la vocazione metamorfico-grottesca dei corpi. Detto cio', non si creda semplicemente a un Ballantini assemblatore di meriti altrui o manipolatore di occasionali reperti da demandare alla fortuna o alla casualita' di un atteggiamento caleidoscopico. In tal caso ci troveremmo di fronte a un comportamento povero di meriti e non degno di ulteriori riflessioni. Perche' allora ci facciamo coinvolgere da questo marasma visivo ricco di pulsioni e di provocazioni emozionali? Perche' e' un marasma che ci e' consono, perche' l'autore ci trascina volenti o nolenti in un girone infernale dove il nostro corpo viene deformato, triturato e introdotto nelle quotidiane allucinazioni propinate dalle citta' e che il nostro sguardo drogato o avvelenato da simili visioni continua a produrre in un divenire senza approdi e, parrebbe senza attese. È una condanna per l'eternita', e' un debito inestinguibile da pagare a Dio o al destino a causa del nostro desiderio di onnipotenza, a causa dell'incapacita' di intonare l'aspirazione alla vita con le naturali opportunita' del mondo che ci ha generato e, ormai a fatica (al limite del collasso), ci contiene. Le tele, le tavole e le carte di Dario Ballantini sono cariche di forme, di segni e di colori acrilici o di pastelli che trasmettono un disagio dovuto anche alla compressione e alla oppressione. Di solito tendono a straripare dai margini che le contengono e a riversarsi su di noi, che guardiamo tali scene con preoccupata attenzione per renderci partecipi del loro inquietante fardello, un fardello che noi conosciamo perfettamente dal momento che lo carichiamo ogni giorno nel cuore e lo trasciniamo con fatica di respiro. A questo punto occorre rompere gli indugi e tentare un'indagine piu' particolareggiata di qualche opera nella speranza di trovare quel filo di Arianna che ci aiuti a ricostruire un percorso verso l'uscita del complicato labirinto che condiziona l'esistenza. Prendiamo intanto in esame i quadri guidati da sguardi, dove sono gli occhi o il singolo occhio a dettare i tempi e i modi della composizione. "Cerco di capire" e' un volto prestato agli oggetti, agli elementi geometrici, all'idea del paesaggio costituito da questi che lo vanificano mentre lo riempiono. Oppure avviene il contrario, ma il risultato non cambia. Comunque le finestre fungono da lacrime e il fumo di sigaretta diventa strada asfaltata o deiezione di ciminiera. La stessa cosa succede in "Non ti guardo", un volto scolpito da palazzi accatastati l'uno sull'altro e a rischio di scivolamento perpendicolare lungo le guance. Altrimenti e' la figura piena e allungata a trattenere, a contenere o ad attraversare la moltitudine frammentata degli oggetti-pensieri-incubi che si affacciano alla ribalta con la ricorrenza dell'ossessione o magari e' l'enigmatico personaggio, come ci suggerisce un titolo ("Inutile nascondersi"), a cercare un riparo o l'annullamento proprio in grembo alle fobie, agli elementi di persecuzione quotidiana. È difficile sottrarsi al sinistro fascino di cio' che ci attrae, ci condiziona al punto da innestare una spirale di dipendenza. La nostra vita e' regolata da meccanismi perversi che si avvalgono di ogni seduzione per impedire la fuga dalla accelerazione di desideri indotti. Il consumismo, nella sua accezione piu' ampia, si risolve in una progressiva consunzione dell'individuo. Tutto il lavoro di Dario Ballantini ruota intorno a questo concetto, a questo tarlo e all'assenza di una via di fuga. Perche' fuggire significa ormai fuggire da se', da un mondo costruito non a immagine dei nostri autentici desideri ma seguendo i calcoli di un computer o interpretando una ricerca di mercato. E come viene effigiato l'individuo nella sua identita' fisica e soprattutto spirituale? Ne "Il vecchio e il nuovo" e' un fantasma che percorre la notte o si fa addirittura notte lungo i tetti di un'anonima citta', oppure fluttua in uno spazio di silente attesa con "Cerco spiegazioni", oppure introduce in "Sorpreso a dubitare" un tentativo di critica che gli procura evidenti mutilazioni. In altre circostanze sono invece proprio gli oggetti a promuovere una deriva che travolge ogni regola compositiva proponendo il "day after" di una catastrofe: un dipinto emblematico, intitolato "Nel mondo", chiama a raccolta elementi eterogenei per una lettura surreale intinta nell'angoscia; in "Tekno" la figura umana e' costruita con spirito arcimboldesco e ostenta una testa suggerita da un televisore. Il nostro artista sparge immagini e lancia inquietanti messaggi attraverso opere che sovente sono accompagnate da titoli di impotenza, se non di rassegnazione: "Ultime forze", "Un giorno duro", "Una fine", "Ancora indietro", "Inutile nascondersi", "Tutto ambiguo"… Pare il diario sintetico di una disfatta con rari guizzi di ribellione e di speranza ( "Provo a resistere", "Voglio provare", "Una via d'uscita"), con rifugi provvisori nella poesia offerti dai dipinti della serie "Omaggio alla luna" che recuperano certi modi e certi climi cari a Osvaldo Licini. E poi giungono inevitabili quelle domande che, almeno nel nostro intimo, ci poniamo di quando in quando: "Quale gioco?", "Quanto tempo?". Quale gioco perverso guida la corsa verso il baratro esistenziale? Quanto tempo viene ancora concesso all'umanita' per riconoscersi sempre tale? Ballantini raccoglie tutti i quesiti e li trasforma in brani di vita non vissuta, in aspirazioni celate dietro una maschera che talora sembra sostituire il volto: gli occhi grandi e spalancati sul nulla, le labbra carnose atteggiate in un sorriso enigmatico mimano il comportamento della gente che non tradisce emozioni forse perche' le ha perdute o barattate con la consuetudine e con l'omologazione dei gesti. Il mondo pare andare dunque alla deriva spinto dalla sua stessa frenesia motoria: certi accenni vorticosi nel cuore di alcune prove ("Nuovo giorno", "Da solo" e i tondi intitolati "Contatto" e "Pericolo di sorte") sono l'emblema di una corsa senza meta che travolge idealmente strade, ciminiere, piedi, mani, grattacieli, sigarette, cassetti, monete, sguardi, tralicci, orecchie, fiori. Dario Ballantini trattiene pertanto nelle sue immagini il durante e il dopo di tale subbuglio tellurico che non consente un'analisi logica, e ormai forse superflua degli eventi, ma consegna a chi guarda e vuole intendere l'avvio di un rimpianto, la descrizione attonita e disarmata di un malessere epocale.