Una imprevista presentazione 2002 - Tutto terribilmente reale 2003
di Giancarlo Vigorelli
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Una imprevista presentazione 2002

L'elegia e' una frequentazione oramai per me. Alla soglia, se ce la faro', dei miei novant'anni - e intanto il 21 giugno di quest'anno salutero' i miei ottantanove - il passato, per me, effettivamente conta piu' del presente. E il presente stesso, se vale, e' in ragione e in forza di tutto quel mio passato, senz'altro non vissuto invano, anzi, piu' o meno ben speso, senza mai tirarmi indietro non tanto dalla mia vita, ma dalla vita stessa, ogni volta nel giusto rispetto della vita degli altri. Bei tempi, ad esempio, quella mia lunga stagione romana, dal `47 ad oltre il `65 (pure vissuta con rimpianto della Lombardia lontana, involontariamente allontanata ma mai tradita), quando pur dentro come ero nella Letteratura, compartivo la mia giornata tra persone e personaggi del cinema e delle Arti Figurative. Roma, allora, tra il Cinquanta, il Sessanta, e la soglia dei Settanta, era davvero la capitale delle Tre Arti: titolo che tolgo, non a caso, dalle mani di quel lombardissimo vecchio santone Giuseppe Rovani, che cosi' aveva intitolato quei suoi torrenziali saggi del 1874: Le Tre Arti. Dove ovviamente il cinema non poteva venire nemmeno immaginato, ma vi campeggiavano tutte le belle arti, Pittura Scultura, Architettura, e tutto il gran bosco, dall'alba al tramonto, della Poesia e della Letteratura. Eppure il Rovani era cosi' preveggente, tra l'innocenza e la perversione, che il Cinema, per assurdo, e' come se l'avesse previsto e anticipato, spirito moderno quale e quanto era. Non a caso, Rovani aveva d'istinto adocchiato, e subito odorato, il milanese Stendhal: e, a saperlo leggere a fondo, aveva prefigurato anche il Dossi ed il Lucini. Non e' del tutto assurdo, quindi, sospettare e convenire che il funambolico Rovani avrebbe finito per prevedere e antivedere, anzi, quel gran fenomeno europeo che e' stato il futurismo, battezzato a Parigi, ma che fatalmente era nato a Milano, dal cervello rovente di Marinetti. Ebbene tutto questo preambolo, in apparenza divagante, ha invece una precisa giustificazione. Di colpo, appena avevo messo piede, quasi alla periferia di Milano, nella stanzetta di lavoro di Dario Ballantini, e' stato proprio l'ombra del Rovani che mi e' parso, guardandomi intorno, di intravvedere. Non ne trovavo le ragioni, ma cosi' e' stato, davanti a tutti quei suoi quadri quasi spettrali, deformi e deformanti, ma solidi, aggressivi, persino paurosi, che mi avevano sorpreso quasi sgomentato. E alzando gli occhi da uno all'altro, avevo posto alcune domande all'autore, pur prevedendo piu' il silenzio che qualche impacciata risposta. Eppure volevo, dovevo esigere una risposta, o indovinarla: anche per vincere, e dominare insieme a lui, quel candido orrore, quella terrificante magia bruta, beffarda, e tuttavia innocente, che emanava e trasudava da quei quadri violenti, stupefacenti, che assediavano piu' lui - il Ballantini - che me, impacciato come ero a decifrarli, ma attirato a valutarli. A proposito: giuro, e prego anzi esigo di essere creduto. Io, quando mi sono trovato a guardare in faccia quel pittore imprevisto, ignoravo del tutto che il Ballantini fosse, come di fatto e', l'eroe complimentoso o beffardo di infinite serate eleganti della nostra televisione. Non l'avrei mai immaginato. Non c'era nessuna traccia di mondanita', in quei suoi quadri ineleganti, persino brutali. Ma di colpo, quando venni a sapere, esterefatto - non da lui, ma da persona vicina che cautamente o incautamente me lo rivelo' - che lui era, ed e', l'elegante Valentino di tante serate di "Striscia la Notizia" allora, e con improvvisa compiacenza, mi sono sentito doppiamente attirato da quella concatenata sfilata dei suoi quadri ineleganti, brutali, violenti, inaspettatamente rivendicativi e vittoriosamente vincenti, uno per l'altro di seducente torbidita'. Si, sono davvero quadri furenti di un innocente, forse anche sadico, cubo-futurismo, quale mi era capitato, se mai, di avere rinvenuto in qualche mio lontano viaggio in Russia, tra l'ingenuita', la rivalsa, la disperazione. Qui da noi, un "caso" cosi' sorprendente, non lo immaginavo. Benvenuto, caro Ballantini, cosi' imprevisto e imprevedibile: e invece di dirti, come verrebbe voglia di sussurrarti: "Giu' la maschera!", vorrei dirti, con ogni festoso augurio: "Su, su, su la maschera", e tieniti addosso, venuta su dalle viscere, questa tua vincente maschera antimondana. Vai avanti con trepidita', ma anche con rivalsa, nella tua doppia natura di segreto ma oramai pubblico artista, conturbato e conturbante. E perdonami, se - nell'introdurti nella doppia sfilata della vita e dell'arte - sono stato inferiore a quell'invidiato Valentino, che tu conosci: e che da oggi conosceremo, anche da imprevisto, ma attivo autore, di tragiche maschere del nostro tempo. E lasciami anche augurarti, chissa', di arrivare un giorno a maschere anche aldila' e al di fuori di tante nostre tragedie del nostro tempo. 

Tutto terribilmente reale 2003

Da alcuni anni passo le mie estati in Versilia, immerso in un paesaggio che e' quanto di piu' lontano dalle mie radici, dalla storia della mia vita. Nato e cresciuto a Milano ho annusato la nebbia, mi ha cullato il rumore, ho assorbito le mille vite frenetiche della citta'.
Sto bene, se mi affaccio alla finestra del mio studio nella Casa Manzoni e vedo quell’angolo di Palazzo Sebelloni: allora era il rumore delle carrozze, adesso sono le automobili che annodano, colonna sonora permanente.
Ma l’estate incombe e incombono le mie stagioni; le strade roventi, le notti senza speranza d'aria mi convincono a emigrare, a lasciare questa Milano che diventa, a me, novantenne, invivibile, rumorosamente crudele, direi sempre piu' simile a un dipinto di Ballantini.
Mi raffiguro come uno dei suoi vaganti tra le strade e ponti, incalzato dall’angoscia senza nome di chi non trova ne' pace ne' quiete.
Allora emigro nel bosco di lecci e di pini, a cinquanta metri dal mare dove D’Annunzio, l’Immaginifico, soggiornava ospite dello scultore Origo e dove Puccini aveva capanno di caccia.
Passo le mie giornate a scrivere, mi perdo nelle volute di un pino altissimo che si apre nel cielo sopra di me.
L’arrivo di Dario Ballantini, anzi, l’irrompere in questa oasi avrebbe avuto un sapore assurdo, come e' assurdo che io sieda qui, tra pini e lecci, se tra di noi non si fosse stabilita quella complicita' che permette di riconoscerci, noi metropolitani, anche lontani dal nostro contesto.
Ritrovo, immediata, quella simpatia che mi ha avvicinato a lui, al suo lavoro dal primo incontro nel suo appartamento di Segrate, trasformato in studio, dove colori, tele dipinte, tele da dipingere, schizzi abbozzati, fogli di carta, avevano invaso ogni superficie abitabile. Avevo sentito, tangibilmente, quale straordinaria felicita' venisse da Ballantini dal chiudersi tra quelle mura, dimenticarsi, dimenticare il successo, le folle, lo spettacolo e calarsi nell’alter ego ritrovato non senza sofferenza, non senza pagare quel pedaggio che e' dovuto a chi scava dentro di se', cerca le radici e le motivazioni al proprio essere.
Avevo allora intuito, attraverso i suoi quadri coerenti, la sua pittura istintiva, ancora grezza ma sicuramente efficace, l’inconsapevole tributo alla Scapigliatura, a un modo libero e disperato di porsi di fronte alle cose; mi si rafforza, al rivederlo, la certezza che ogni uomo appartenga per nascita a una ben precisa famiglia, che determina in lui, a dispetto di censo, studi e posizione sociale, le piu' antiche scelte di vita. In questo viaggio, alla ricerca delle vere origini ogni uomo si rivela a se' e agli altri. Ballantini esprime questa caparbia volonta' di risalire il fiume impetuoso della sua vita servendosi del pennello e del colore per raccontare, raccontarsi.
Mi mette di fronte ai suoi nuovi lavori, non li vedo da due anni, da quella mia visita nel labirinto delle sue creazioni, anche frenetiche, anche ansiose, come se non gli bastassero il tempo e la tela e i colori per descrivere l’ultimo incubo metropolitano, l’ultimo enigma tra rotaie e grattacieli.
Mi accorgo che ha lavorato, e tanto, ha affinato la sua ricerca del colore, la pennellata e' piu' fluida, affronta il tema con la certezza nei propri mezzi. E il racconto va, tra grida notturne che sono di Munch e Licini raccontate alla maniera di Ballantini, tra cieli di piombo e finestre che non descrivono vite, sguardi enigmatici che compaiono e scompaiono tra muro e muro, frammenti di arti disarticolati, scagliati da nascoste deflagrazioni al centro della tela, a completamento di un paesaggio senza idillio. Abbozzi di vite non espresse, che vogliono, ora disperatamente ora ironicamente, affermarsi. Niente e' reale, tutto e' illusione: oppure, niente e' illusione, tutto e' terribilmente reale.
Alzo gli occhi a scrutare il volto di Ballantini ne leggo l’inesauribile volonta' unita a candore incredibile, che potrebbe contrastare con la violenza del suo racconto. Ma e' il candore dell’angelo caduto, precipitato nell’inferno di periferie, strade, vite, finestre, sbarrate, ciminiere spente. Capisco che, nel contrasto tra se' e il proprio percorso, nell’insicurezza di tutto, tranne che nel proprio cammino, Dario sta salvandosi l’anima. Mi ritorna all’improvviso, una profetica affermazione di Tybor De'ry, amico di un tempo remoto, grande scrittore ungherese, che nel lontano 1962, a Leningrado, in piena epoca di materialistiche certezze socialiste, aveva il coraggio di dire "…io sono del parere che un certo grado di insicurezza interiore sia la premessa necessaria di ogni opera d’arte". Direi che ogni opera d’arte e' la somma delle insicurezze superate, e tanto piu' riuscite quanto piu' profonda era l’insicurezza generica e specifica.
Questa mostra milanese conferma Ballantini pittore, gli sono vicino con la mia simpatia e con l’augurio di crescere nelle proprie insicurezze e contraddizioni, raccontandosi con la vivacita' e l’impegno che leggo in questi quadri tutti nuovi, diversi, che confermano quanto matta, ma definitiva e consistente, sia la sua autentica vocazione, fissa e nello stesso tempo agitata, mobile, dirompente.